Tassazione Forex

tassazione forexLe tasse sul forex fino a qualche anno fa non si pagavano, almenochè non si superava la soglia limite dei 50 mila euro di guadagni annui e a patto che sul conto, le somme depositate, fossero in euro, oppure se in valuta estera non rimanessero tali per più di una settimana.

La condizione era dunque allettante per la maggior parte dei trader che ricavavano, tolte le spese, cifre al di sotto dei vecchi 100 milioni di lire all’anno.

Infatti, bastava semplicemente scambiare valute in modalità intraday (cioè con operazioni a breve termine che si concludono al massimo entro la stessa giornata), per poter evitare il pagamento delle tasse pur restando nella più totale legalità.

Ciò è stato possibile finchè il Ministero dell’Economia e delle Finanze, attraverso l’Agenzia delle Entrate, non si è reso conto dell’enorme giro d’affari che ruota intorno al mondo del trading forex.

A quel punto, dovendo incessantemente rimpinguare le casse sempre vuote dello Stato, si è deciso di rastrellare nuovi capitali creando anche le imposte sul reddito forex.

Ovviamente nulla da obiettare in proposito, visto che, come è giusto che sia, ovunque sussista un business è giusto contribuire con una gabella stabilita sui profitti.

A maggior ragione poi se si considera che, il mondo dello scambio valute, si è rivelato il più ampio mercato finanziario mondiale, con un giro d’affari medio giornaliero stimato attorno ai 4 trilioni di dollari.

Dunque, a partire dal 2010, il cosiddetto Foreign Exchange Market è stato tassato. Vediamo in che modo.

Più precisamente, attraverso la Risoluzione n.67/E del 6 luglio 2010 titolata “Trattamento fiscale delle plusvalenze e minusvalenze derivanti da operazioni nel mercato forex”, l’erario ha risposto a un interpello concernente concernente l’interpretazione dell’articolo 67 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

Da lì è emersa per la prima volta la modalità con cui come vengono trattati fiscalmente i guadagni, secondo quanto disposto dall’Articolo 67 del TUIR.

Il parere dell’Agenzia delle Entrate, citato testualmente, è stato quello di seguito riportato:

“Le operazioni di compravendita di valuta a pronti descritte nel presente interpello vengono effettuate sul mercato Forex attraverso la conclusione on line di contratti cosiddetti “spot e rolling spot”.
Ai fini della effettuazione di tali operazioni di compravendita per il tramite di intermediari specificamente abilitati, è in genere richiesta l’apertura di un conto corrente dedicato presso una primaria banca italiana (cd. banca depositaria) sul quale viene depositata una somma di denaro (cd. conferimento) vincolata a favore dell’intermediario.

Le somme giacenti sono costituite a cauzione delle operazioni che quest’ultimo intraprende per ordine e conto del cliente. L’operatività sul mercato Forex prevede il regolamento delle transazioni mediante l’utilizzo di un margine. Pertanto, è espressamente esclusa la possibilità di consegna fisica dei controvalori della valuta intermediata.

Le operazioni sono effettuate nel termine giornaliero (contratti “spot”). Qualora il cliente intenda mantenere in essere oltre la giornata lavorativa le posizioni di mercato assunte, può farlo mediante ordine di chiusura delle operazioni giornaliere e contestuale ordine di riapertura per il giorno successivo, con data valuta rinnovata al giorno di liquidazione successivo (contratti “rolling spot”).

Ne consegue che al termine della giornata lavorativa il cliente non potrà mai avere una giacenza di valuta estera. Ciò premesso, in merito al regime impositivo delle operazioni aventi ad oggetto valute estere, l’articolo 67, comma 1, del TUIR menziona tre distinte fattispecie.

La prima, prevista dalla lettera c-ter), dà rilevanza esclusivamente a talune specifiche fattispecie per le quali è presunta ex lege una finalità d’investimento finanziario e cioè nel caso in cui le valute siano cedute a termine ovvero immesse su depositi o conti correnti sicché, agli effetti di tale disposizione, le mere cessioni a pronti non sono suscettibili di produrre differenziali aventi rilevanza reddituale.

Inoltre, per evitare di attrarre a tassazione fattispecie non significative, il comma 1-ter del medesimo articolo 67 del TUIR prevede che la tassazione delle plusvalenze derivanti dalla cessione di valute provenienti da depositi e conti correnti si ha solo nel caso in cui la giacenza in valuta nei depositi e conti correnti complessivamente intrattenuti dal contribuente sia superiore a euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta in cui la plusvalenza è stata realizzata.

La seconda fattispecie, prevista dalla successiva lettera c-quater), attribuisce rilevanza fiscale alle operazioni che determinano un obbligo di acquistare o cedere a termine valute estere, con la conseguenza che eventuali operazioni per le quali tale obbligo non sorge non possono rientrare nella fattispecie impositiva in esame.

L’ipotesi normativa comprende anche i cosiddetti “contratti derivati”. In particolare, sulla base degli effetti giuridici che ne scaturiscono è possibile distinguere due diverse categorie di contratti.
La prima è costituita dai contratti a termine di tipo traslativo, che sono quelli da cui deriva l’obbligo di cedere o acquistare a termine le valute estere.

La seconda è costituita dei contratti a termine di tipo differenziale, che sono quelli da cui deriva l’obbligo di effettuare o ricevere a termine uno o più pagamenti commisurati alle valute estere.
L’ultima fattispecie è contenuta nella lettera c-quinquies), che attrae ad imposizione le plusvalenze realizzate mediante rapporti aventi contenuto finanziario attraverso cui possono essere conseguiti differenziali positivi e negativi in dipendenza di un evento incerto.

Tale disposizione, come chiarito dalla Circolare n. 165/E del 24 giugno 1998 (par. 2.2.5), è finalizzata ad evitare che i rapporti (non soltanto, quindi, i contratti) aleatori di natura finanziaria, posti in essere al fine di conseguire differenziali positivi e negativi, non inquadrabili nelle fattispecie indicate nelle lettere c-ter) e c-quater), possano sfuggire ad imposizione.

Pertanto, in tutti i casi in cui un contribuente ponga in essere una pluralità di contratti o atti, tra essi collegati, aventi ad oggetto valute estere, finalizzati a conseguire differenziali positivi o negativi in dipendenza di un evento aleatorio (quale l’andamento delle valute estere), i predetti differenziali assumono rilevanza reddituale agli effetti della lettera c-quinquies) del comma 1 dell’articolo 67 del TUIR.

Alla luce di quanto sopra esposto, si ritiene che le plusvalenze derivanti dalle operazioni di compravendita di valute non possano essere assoggettate a tassazione sulla base delle disposizioni contenute nell’articolo 67, comma 1, lettera c-ter), del TUIR in quanto il contratto posto in essere non è configurabile come una cessione a termine di valute estere.

D’altra parte, non si realizzano neanche i requisiti per poter rientrare nell’ambito applicativo del comma 1-ter del medesimo articolo non verificandosi la condizione del superamento della giacenza media del conto corrente.

L’operazione, inoltre, non presenta tutte le caratteristiche previste per configurare un contratto derivato i cui differenziali sono assoggettati a tassazione ai sensi della descritta lettera c-quater).

Tuttavia, è certamente rinvenibile un rapporto avente ad oggetto valute estere suscettibile di produrre differenziali positivi o negativi in dipendenza dell’andamento del cambio della valuta estera rispetto all’euro, inquadrabile nell’ambito della citata lettera c-quinquies).

Pertanto, la plusvalenza realizzata alla fine della giornata, dalle persone fisiche al di fuori dell’esercizio di un’attività d’impresa, deve essere indicata nella dichiarazione dei redditi del contribuente (quadro RT – sezione II) e in tale sede deve essere applicata l’imposta sostitutiva nella misura del 12,50 per cento del suo ammontare.

E’ il caso di precisare che, in tale ipotesi, secondo quanto previsto dal successivo articolo 68, comma 9, del TUIR, le minusvalenze e i differenziali negativi derivanti dalle operazioni in argomento non sono deducibili.”

Successivamente, con la Risoluzione n.102/E del 25 ottobre 2011 titolata: “Tassazione dei redditi diversi di natura finanziaria derivanti da compravendite di valute estere effettuate sul Foreign Exchange Market”, sempre l’AdE ha fornito ulteriori chiarimenti sulla fiscalità di operazioni spot e rollover nel forex.

In quel caso è emerso che tradare valute con contratti spot (operazioni aperte e chiuse in giornata), rientra tra le plusvalenze ed altri proventi derivanti da differenziali positivi di contratti aleatori. Dunque da dichiarare nel Quadro RT – Sezione II-B del modello UNICO delle Persone Fisiche per la denuncia dei redditi.

Se invece si tratta di di contratti rollover oppure rolling spot (operazioni chiuse al termine della giornata e riaperte il giorno successivo), tali contratti vengono considerati differenziali, dunque assimilabili a strumenti finanziari derivati.

E se percepiti da persone fisiche che non esercitano alcuna attività d’impresa, sono soggetti alla tassazione mediante imposta sostitutiva, esclusivamente sull’importo dei ricavi.

Il pagamento va fatto utilizzando l’apposito modello F24, alla scadenza prevista, 16 giugno o 16 luglio, dell’anno successivo a quello in cui sono stati percepiti i redditi, indicando il codice tributo 1100 (imposta sostitutiva su plusvalenza per cessione a titolo oneroso di partecipazioni non qualificate).

Ulteriore aggiornamento alla tassazione forex il 1° luglio 2014, con l’entrata in vigore dell’ISOS, nuova aliquota dell’imposta sostitutiva da pagare sulle plusvalenze di natura valutaria, pari al 26% (Decreto Legge n.66 del 24/04/2014).

Occorre evidenziare che, in caso di perdite, grazie al cosiddetto zainetto fiscale, si possono dichiarare le minusvalenze e compensarle con plusvalenze future ottenute, fino ad un quadriennio successivo a quello in cui si sono generate.

Trading e regime fiscale, possono essere scelti tra le due modalità disponibili: il regime dichiarativo (per cui è il trader stesso a dichiarare, insieme agli altri redditi, l’ammontare dell’imposta legata ai guadagni del forex), oppure il regime amministrativo (in cui è il broker a calcolare e versare le imposte per conto del trader).

Nel caso in cui si scelga il regime amministrativo occorre sempre verificare e accertarsi che il proprio broker assolva a tutti gli obblighi previsti dalla legge (consigliabile se si opera con intermediari finanziari italiani con sede italiana).

In caso contrario è più indicato il regime dichiarativo, compito che si facilita se ci si rivolge direttamente ai broker stranieri per ottenere la sintesi fiscale di perdite e guadagni.

Da evidenziare un ulteriore aspetto: se si opera con di broker esteri, quando si fa la dichiarazione dei redditi occorre specificare la presenza di capitali all’estero visto che i soldi accreditati sul proprio account, si trovano fisicamente nello Stato in cui risiede fiscalmente la società di brokeraggio.

Nell’ipotesi appena descritta, è d’obbligo pagare l’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero (IVAFE, da dichiarare nel Quadro RW).

Riassumendo il tutto, possiamo affermare che le tasse sul Forex, allo stato attuale, si pagano anche se si guadagna poco.

La tassazione è del 26%, si possono detrarre le perdite fino a quattro anni, la dichiarazione si fa con il modello unico nel quadro RT e il pagamento con l’F24 con codice tributo 1100.

Conclusioni: poichè come succede con qualsiasi altra imposta italiana, anche la tassazione forex può essere soggetta a modifiche o aggiunta di nuove regole, per avere certezza di operare nel pieno rispetto delle norme è sempre bene rivolgersi ad un fiscalista esperto del settore.



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